
Il convoglio dei pazzi
Carlos Liscano, 2018
Primi anni settanta. L’Uruguay è duramente scosso da agitazioni sociali e crescenti tensioni tra il governo e il Movimento di Liberazione Nazionale (Tupamaros). Carlos Liscano, all’epoca ventitreenne attivista del Movimento, viene arrestato nel maggio del 1972. Delle carceri dove Liscano ci getta senza paracadute, sentiamo gli odori nauseanti, udiuamo le grida strozzate, vediamo le sessioni di tortura. Il racconto è essenziale. Lo stile è asciutto, scarno e non tradisce le emozioni. Mai. Neanche quando Liscano saprà della morte della madre e del suicidio del padre. No c’è spazio per la manifestazione del dolore:
“Me lo hanno appena detto e decido che qui non è successo nulla. Mi chiudo come una pietra. Rimarrò cosi per anni”.
Le sofferenze, i ricordi, la paura, il senso del domani e perfino la solitudine e l’insonnia dei torturatori sono immagini che corrono veloci, ci avvolgono, ci tolgono il respiro.
Ma cosa permette al torturato di sostenersi?

